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Carlo Oliva recensisce “Bruja” su Radio Popolare

Brüja, scritto con la u con la dieresi e la i lunga, vuol dire “brucia” in quasi tutti i dialetti liguri.

Ma se solo togliamo i due puntini dalla prima vocale ci resta “bruja”, la parola spagnola per “strega” e sarà anche un caso, come spesso succede per i fatti linguistici, ma certo è un destino storico delle streghe quello di finire, talvolta, bruciate.  Su questa ambiguità semantica si gioca l’inquietante antefatto di questo sostanzioso romanzo di Maurizio Lanteri e Lilli Luini, due autori che hanno già pubblicato insieme tre noir e giungono adesso, grazie alla Todaro di Lugano, alla distribuzione nazionale.

Si parte, infatti, dalla storia di una donna altrettanto inquietante, la bellissima Consuelo, di origine appunto spagnola, che durante l’ultima guerra viveva in un paese dell’entroterra ligure di levante e aveva fama non solo di strega, ma anche di collaborazionista, di una che “se la faceva” con i tedeschi, e per questo, dopo il 25 aprile, era stata punita, come si usava, con la rasatura in pubblico dei capelli, per morire, un paio di anni dopo, nell’incendio della casa in cui abitava.  Un fatto probabilmente doloso, che rimanda a tutto un groviglio di odi e vendette, le cui conseguenze si fanno sentire anche oggi, nel ricordo dei sopravvissuti e nella testimonianza di due insoliti testimoni, due bambini che hanno assistito di nascosto alla punizione e non l’hanno mai dimenticata: ne sono stati, anzi, ossessionati per tutta la vita.  Uno di loro con gli anni, è diventato un giornalista famoso e ha dato alla sua unica figlia lo stesso nome della strega bruciata viva.  Ed è proprio con costei che si imbatte uno dei protagonisti, Jacopo, giornalista anche lui, ma di tutt’altro livello (fa il cronista per un agenzia minore di Albenga), nel corso di un un servizio sulla morte di una escort investita da un’auto sulla vecchia Aurelia.  Anche questa Consuelo, in realtà, è una escort, il che non impedisce che tra i due si stabilisca un rapporto profondo, cementato dalla comune volontà di scoprire i misteri legati a quella vecchia tragedia, come li ha registrati il padre di lei, che nel frattempo è misteriosamente scomparso…  e si scoprirà ben presto che i misteri di ieri sono strettamente legate a quelli di oggi e che in quell’angolo di Liguria apparentemente così sonnacchioso e banale si mescolano le tracce di una quantità di intrighi, delitti e lotte spietate per il potere.  Insomma, siamo di fronte a un autentico romanzone  italiano, pieno di riferimenti alla cronaca e alla storia degli ultimi decenni, in cui la descrizione smaliziata della vita di provincia si mescola alla rievocazione degli odi e delle vendette passate e presenti, mescolando i ricordi della guerra partigiana con l’attività dei servizi, la speculazione edilizia, la corruzione politica con la lotta armata e altro ancora.  È una trama complessa, affidata a una struttura narrativa ancora più complicata, in cui tre soggettive incrociate si alternano ai resoconti in terza persona e le vicende di ieri, molte delle quali ricostruite con autentico scrupolo di ricerca storica, si sovrappongono e si confondono con quelle di oggi.  A tenere insieme il tutto contribuisce molto la credibilità con cui sono rappresentati i due protagonisti, il giornalista alle prime armi goffo, insicuro e un po’ ridicolo, ma tenace nella sua volontà di risolvere il mistero in cui si è imbattuto e la bella squillo tormentata da un’ansia in cui si riflette la vaga consapevolezza del fatto che nella soluzione si nasconde, probabilmente, la chiave del suo stesso destino.

Un’opera insolita nel panorama un po’ asfittico del noir contemporaneo italiano.  Da non perdere.

Carlo Oliva