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Dissolvenza – 2a puntata

[continua da qui]

Mi aprì lui e io restai a fissarlo alcuni istanti prima di riuscire a trovare le parole. Mi ero persino dimenticato della sigaretta accesa fino a quando non percepii un dolore acuto fra le dita. Cazzo!
Con gesto rabbioso lanciai il mozzicone lontano. Matteo si lasciò sfuggire una specie di rantolo che, forse, nelle sue intenzioni doveva essere una risata.
Vieni, mi disse mettendosi da parte per farmi entrare. Indossava il solito paio di pantaloni di velluto verde scuro e un maglione sformato con le toppe sui gomiti.
Non lo vedevo da circa una settimana, ma mi sembrava che fosse passato un sacco di tempo e in quel tempo si fosse consumato ancora di più. La pelle gli tirava sugli zigomi e gli occhi luccicavano dietro le lenti affumicate. Ero sicuro avesse la febbrealta. Dentro l’appartamento, un buco maleodorante con un paio di porte dietro le quali, pensai, dovevano esserci un bagno e la camera da letto, la temperatura era tanto bassa che quasi non si sentiva la differenza con l’esterno. Rabbrividii.
Freddo vero? Disse mentre chiudeva la porta con un colpo secco.
La padrona di casa non paga il riscaldamento da un sacco di tempo. Le hanno tagliato anche il telefono.
Non parlai perché non riuscivo a trovare niente da dire. Mi pareva un incubo. Come poteva vivere in quelle condizioni? E come avevamo potuto noi che eravamo i suoi amici di sempre ignorare le condizioni in cui si trovava? E cosa potevo fare per aiutarlo senza ferire il suo orgoglio? Perché questo era certo, non mi avrebbe mai permesso di dargli una mano.
Vuoi da bere? Chiese allungando la mano verso una bottiglia
mezza piena di vodka.
Annuii e lo vidi prendere un bicchiere dal mobile accanto al lavandino, sciacquarlo e versarci dentro il liquore.
Alla salute, disse bevendo direttamente dalla bottiglia.
Alzai il bicchiere nella sua direzione e buttai giù. Mi sentivo un perfetto idiota. Non sapevo cosa fare. Sapevo poche cose di Matteo, ma lo conoscevo bene: bisognava stare alle sue regole e essere capaci di aspettare.
Capitava così di rado che parlasse di sé… L’ultima volta che lo aveva fatto con me eravamo al liceo. Suo fratello era morto di cancro ai polmoni e Matteo non era più riuscito a tenersi dentro il
dolore. Forse stava per capitare di nuovo, quella sera.
Seguimi, disse e aprì una delle due porte che avevo guardato poco prima. Benvenuto nel mio regno, disse con un sorriso stravolto.
Accomodati, e si lasciò cadere sul letto.
Mi sistemai su una sedia di plastica, l’unico altro oggetto di arredamento oltre al letto, a un armadio laccato verde e a un tavolinetto del tipo che usano i campeggiatori, sotto la finestra, la custodia del sax.
Come stanno Simone e Carlo? Mi chiese dando ti tanto in tanto lunghe sorsate alla bottiglia.
Bene, credo. Non li ho sentiti tutta la settimana. Domani ci vediamo al ’Round Midnight? La feci suonare come una domanda sperando che rispondesse: certo, ci vediamo lì.
Invece non disse niente.
Trascorremmo il resto della serata a bere, soprattutto lui e alla fine ci addormentammo. Mi svegliai verso le cinque del mattino, mezzo congelato su quella dannata sedia di plastica, con la testa che era solo un pulsare sordo e la sensazione di aver perso un’occasione importante. Lui era raggomitolato sul letto, il viso rivolto verso di me. Restai a guardarlo rabbrividendo per il freddo, indeciso se svegliarlo. Lo lasciai stare: l’espressione che aveva sul viso era serena, come di un uomo che si trova finalmente in un bel posto. Gli sistemai la coperta sulle spalle e uscii.
Rientrai a casa e mi infilai nel letto per dormire almeno un altro paio d’ore. Giulia al mio fianco fece un lungo sospiro e si rattrappì contro il mio corpo.
Sei gelato, borbottò senza allontanarsi.
Shhh, risposi e chiusi gli occhi.

[continua…]