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Dissolvenza – 1a puntata

Barbara Garlaschelli e la Todaro Editore, con questo racconto, in clima con questo terribile 2010, vogliono augurarvi uno splendido 2011.

DISSOLVENZA

di

Barbara Garlaschelli

Non credere mai di poter dire l’ultima
Parola su un cuore umano.
Henry James

Non sapevi mai dove aspettarlo.
Quando Matteo cominciava a suonare, le sue note diventavano imprevedibili come fiocchi di neve durante una tormenta.
Afferrava il sax come fosse una vanga, senza alcuna cautela, senza la riverenza che i musicisti hanno nei riguardi dei loro strumenti.
Inspirava un paio di volte, poi cominciava a suonare. A quel punto avevi la sensazione che tutto procedesse molto più lentamente del normale. I gesti, il battito delle ciglia, i respiri, le parole, ogni cosa rallentava seguendo il ritmo dolente della sua musica. E le note, i passaggi, le frasi, ti spiazzavano. Impossibile prevedere il loro percorso. Impossibile canticchiarle, rivoltarle nella tua testa, ricrearle. La sua musica non si lasciava imprigionare all’interno
dei tuoi schemi mentali. Scartava di colpo e di colpo era altrove, molto lontano da dove l’aspettavi tu.
Matteo assomigliava alla sua musica. Non sapevi mai dove aspettarlo, dove cercarlo. Quando ti sembrava di essergli arrivato vicino, era già da un’altra parte. Che io sappia non ha mai avuto una relazione con una donna che sia durata più di qualche settimana o un posto di lavoro che sia durato più di qualche mese. Come facesse a vivere non l’ho mai saputo. Non ha mai chiesto niente a nessuno di noi, i suoi amici d’infanzia. Quello con Simone, Carlo e me credo fosse l’unico rapporto a cui abbia mai tenuto. Eppure, nemmeno noi tre avevamo idea di cosa facesse nelle molte ore che non trascorrevamo insieme.
Tutti noi avevamo ormai un lavoro e una famiglia o qualcosa che gli assomigliava molto e non potevamo più permetterci di passare fuori tutte le notti come da ragazzi, entrando e uscendo da locali notturni al seguito di Matteo e del suo sax. Ci era rimasto un unico appuntamento sacro: quello del mercoledì sera al ’Round Midnight, come con poco originalità avevano chiamato uno dei tanti posti in cui si suonava musica jazz dal vivo. Erano serate
magiche e nessuno di noi avrebbe mai rinunciato. Non ci sentivamo magari per giorni interi ma sapevamo che ci
saremmo ritrovati lì, immersi in un’atmosfera di musica e fumo, uniti e vulnerabili. La musica di Matteo sapeva individuare i nostri punti deboli e colpirli, riportando a galla emozioni e ricordi.
Come fanno a suonare dal vivo se tutti i musicisti jazz sono dei morti? Ripeteva in continuazione Matteo, squadrandoci con aria divertita.
In effetti, più passavano gli anni più la sua figura si faceva spettrale, inconsistente, come se fosse davvero un fantasma.
Ci scrutava da dietro un paio di lenti affumicate e i suoi occhi sembravano spenti.
Non sapevamo se facesse pasti regolari, se dormisse e, soprattutto, dove. Nell’ultimo periodo aveva abitato in una camera ammobiliata nella zona Navigli. Io credo di essere stato l’unico ad aver visto quel buco una volta. Mi aveva telefonato una sera da una cabina chiedendomi di andare da lui perché si sentiva male.
Non me lo aveva proprio chiesto – non lo avrebbe mai fatto – ma compresi dalla facilità con cui gli carpii l’indirizzo che aveva bisogno d’aiuto. Abitava in una fatiscente casa di ringhiera, dalle molte finestre sbarrate con assi di legno messe alla bell’è meglio.
Mano a mano che salivo i gradini di quella scala gelida con i muri anneriti da strati e strati di sporcizia, mi giungevano rumori e voci soffocati. Non riuscii a localizzarne la provenienza, ma si zittirono di colpo appena arrivai al ballatoio del primo piano, dove Matteo mi aveva detto di abitare. Lasciai vagare lo sguardo e, fatto qualche passo, guardai giù, in quello che una volta era il cortile e che adesso ricordava una discarica. Mi fermai e accesi una
sigaretta. Non so perché ero riluttante ad avvicinarmi alla porta dell’appartamento di Matteo. Restai lì per un po’, poi il vento pungente mi spinse a suonare il campanello

[continua…]